sabato, settembre 09, 2017

VENEZIA 74: AMMORE E MALAVITA

Ammore e malavita
di Manetti Bros.
Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Carlo Buccirosso
Italia, 2017
genere, commedia musicale
durata, 133'


Ancora una volta, sono i registi e le immagini dei loro film a fornici la chiave di lettura per iniziare la nostra analisi. "Ammore e malavita", per esempio, dichiara la sua poetica nei primi minuti di girato, con una sequenza introduttiva che non lascia dubbi su quale sia il punto di vista dei Manetti Bros. sulla materia trattata. Il luogo della scena è quello del quartiere napoletano delle "Vele", diventato famoso per essere stato il set principale del film di Matteo Garrone, e, successivamente, della serie ispirata a "Gomorra". Partendo da uno spazio nel quale realtà e finzione si incontrano all'ennesima potenza, i registi dichiarano la propria vena dissacrante e l'intenzione di spogliare di qualsiasi sacralità l'iconografia del potere camorristico. La fama del quartiere e la pericolosità dei suoi abitanti, nelle mani dei Manetti, diventano la tappa di una gita turistica all'interno della quale, oltre allo show musicale offerto dai clienti, trasformati per l'occasione nel corpo di ballo che dà vita all'esibizione, è previsto anche un finto scippo organizzato per confermare ai propri clienti la mitologia criminale tramandata dallo storytelling mediatico. In pochi minuti dunque i Manetti spazzano via qualunque traccia di realismo, preoccupandosi esclusivamente dell'effetto scenico spettacolare rappresentato dall'abbinamento tra la drammaticità del contesto ambientale e la frivolezza del genere - musical - adottato per l'occasione. Rispetto a ciò che abbiamo appena detto sono evidenti due cose: innanzitutto, che in "Ammore e malavita" a essere importanti non sono i contenuti ma la loro messinscena, virata nei modi farseschi e melodrammatici della sceneggiata napoletana; in secondo istanza, che la popolarità internazionale raggiunta dalla serie prodotta da Sky Cinema è qualcosa con cui fare i conti ogni qualvolta si voglia mettere in immagini il capoluogo partenopeo.


Che, poi, è esattamente quello che fanno i registi romani, i quali, per raccontare la resa dei conti tra Ciro, killer freddo e silenzioso, e Don Vincenzo Strozzalone (Carlo Buccirosso), 're del pesce' e boss camorrista, da una lato riprendono il modello di commedia musicale inaugurato con "Song' e Napule", ritrovandone la libertà espressiva e parte degli attori che vi avevano partecipato (Buccirosso, Morelli e Serena Rossi); dall'altro tengono conto della variante rappresentata dal crime movie televisivo, adottando un registro meno scanzonato rispetto al lavoro precedente e, comunque, stando attenti a non perdere di vista l'equilibro tra i diversi generi: drammatico e d'azione quando si tratta di lucidare le armi e di metterle in mostra nelle sparatorie a cui i protagonisti affidano l'ultima parola, comico e sentimentale quando sono il cuore o la pancia a prendere il sopravvento sugli istinti più ferini.



Frutto di una coerenza artistica che, nel corso degli anni, ha visto i Manetti coprire l'intero spettro della produzione di genere ("L'arrivo di Wang" , "Paura 3D"), dividendosi equamente tra cinema e televisione, "Ammore e malavita" è la sensazione divenuta certezza di un'autorialità che utilizza i linguaggi popolari con una sottigliezza e una maestria di primo livello. In "Ammore e malavita" lo si vede, per esempio, nella naturalezza con cui il film riesce a cambiare pelle, rendendo credibili i passaggi da un genere all'altro senza che mai si senta un accenno di forzatura, oppure nella capacità di appropriarsi di estetiche altrui rielaborandole secondo le proprie necessità, come capita per i personaggi di Ciro e del suo gemello, il cui repertorio di tecniche di combattimento, costumi (motocicletta, casco e tuta all black) e modi di stare in scena altro non sono che la versione nostrana di certi cattivi presenti nei film d'azione provenienti dall'estremo oriente. Promossi a pieni voti dal pubblico del festival, i Manetti devono evitare il rischio di accontentarsi ripetendo ad oltranza la formula del loro successo: pur riuscito, infatti, "Amore e malavita" risente del fatto di essere una variazione sul tema di "Song' e Napule" e, quindi, di scontare qualcosa in termini di novità e freschezza rispetto al modello di riferimento.
Carlo Cerofolini
(pubblicato si ondacinema.it)

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