lunedì, settembre 25, 2017

LA NOTTE BRAVA DEL SOLDATO JONATHAN

La notte brava del soldato Jonathan/The Beguiled
di, Don Siegel
con, Clint Eastwood, Geraldine.Page, Elizabeth Hartmann, Jo Ann Harris, Darleen Carr, Pamelyn Ferdyn
USA 1971
genere, drammatico
durata, 105' 


Sorprendendo un po' tutti - la critica se la cavò arruolando Siegel nella schiera dei cineasti americani dal gusto europeo; il pubblico, più prosaicamente, disertò le sale, decretando il più grosso fiasco nella carriera dell'autore - il regista di Chicago realizza nel 1971 "La notte brava del soldato Jonathan"/"Beguiled" (produzione Malpaso), singolare incursione nel racconto gotico di ambientazione western, misconosciuto capolavoro pessimista, intriso di misoginia e disperazione.

Durante le fasi estreme - quelle, in genere, più cruente in ogni conflitto - della Guerra di Secessione, nel profondo sud degli Stati Uniti un soldato nordista ferito, Jonathan Mc Burney/C.Eastwood viene soccorso dalle donne ospiti di un collegio femminile (una istitutrice, un'insegnante e tre allieve di età diverse), che anziché riconsegnarlo come prassi alle milizie confederate decidono, per motivazioni diverse, di prendersene cura. Guarito in fretta, grazie alle assidue attenzioni prestategli, Mc Burney comincia a fantasticare sulla possibilità di trarre il massimo vantaggio - in specie carnale - dalla permanenza coatta. Ma è appunto una sfiziosa congettura. Ognuna in realtà interessata ad un rapporto esclusivo, le quattro donne adulte (la quinta è una bambina di pochi anni), ad un primo momento di subdola competizione e di personali illusioni infrante sostituiscono ben presto l'antico e ben collaudato sistema della fratellanza al femminile che, nel caso, non concederà scampo al soldato opportunista e gli confezionerà una fine orribile, in linea perfetta col titolo originale del film (beguiled sta infatti per affascinato ma pure ingannatoirretito, cioè preso in trappola). Già rileggere la vicenda per sommi capi si presta a evocare echi letterari, luoghi tipici di una tradizione, rimandi psicologici e dinamiche umane: James ma pure Williams e Faulkner, ossia il mondo immutabile, ovattato quanto violento e crudele del grande Sud americano. Quindi l'appetito e la repressione sessuale legati a filo doppio all'istinto di sopraffazione e di morte; una natura incontaminata che tutto vede e tollera ma che sembra sempre sul punto di richiudersi sull'uomo, sulle sue smanie, le sue azioni, per tacitarlo e riportarlo a sé.


Ciò che più di tutto colpisce, però, è la maestria e il tocco con cui Siegel - per il grande pubblico, creatore di macchine filmiche votate all'azione, al pragmatismo della resa - orchestra partiture interiori complicate, maneggia silenzi, ossessioni al limite dell'indagine psicoanalitica; indaga, senza pose da rivoluzionario ma anche senza ritrosie, i lati più torbidi del desiderio, della frustrazione e della pretesa di possesso. E lo fa da par suo, utilizzando tutti i linguaggi e gli stereotipi adatti alla bisogna: cambi ripetuti del punto di vista, dissolvenze incrociate, inquadrature sghembe o eccentriche, accorti ralenti, false piste, interpolazione dei registri realistico e fantastico. Come pure - coadiuvato dalle scelte cromatiche di Surtees e dalle musiche di Schifrin - icone/feticcio dell'immaginario gotico, della favola nera, persino dell'universo horror. Ecco, allora, specchi e avvolgenti scale buie illuminate dalle sole candele; figure femminili in ampi abiti che catturano o restituiscono le sorgenti luminose; viluppi, intrichi vegetali, i live oaks, le leggendarie querce del Sud, che proteggono ma pure assediano e isolano il collegio dal mondo. Addirittura, evidenti riferimenti al rinascimento italiano nelle scene d'impianto onirico/allucinatorio. Ugualmente inattesa è la prova di Eastwood, qui in grado di aggiungere toni maliziosi e sfuggenti alla tradizionale maschera di cowboy/poliziotto/individuo solitario insondabile, di demistificare e quindi capovolgere l'aura virile che lo caratterizza fino a dissacrarla, se è vero che l'amputazione della gamba infertagli ad un certo punto dal quintetto muliebre come primo di tanti castighi a riparazione della sua agognata promiscuità, è fin troppo scoperta metafora di ben altra mutilazione.


Girato tra New Orleans e Baton Rouge, “Beguiled" si avvale inoltre di una precisa ricostruzione delle vicende storiche. Si apre, infatti, su autentiche immagini della Guerra Civile, con Mc Burney/Eastwood a ruota trasportato all'interno del collegio, e si chiude con lo stesso protagonista seppellito al di fuori della proprietà, nel silenzio di una natura rigogliosa e placida, come a sancire la ritrovata sacralità del luogo depurato della presenza dell'elemento estraneo perturbatore. All'interno di questo moto circolare che alimenta tutta la pellicola, Siegel opera anche la propria personale elegia/rilettura dell'epopea della nascita di una nazione, sottolineando con composto disincanto che davvero per gli eroi non c'è più posto. Bene e Male - paradigmi tipici anche del western - sfumano senza attrito l'uno nell'altro. Il Caos, inteso come dissidio - e la guerra è solo uno dei suoi pressoché infiniti volti - s'impone quasi come logico risultato di sempre uguali premesse, mentre il Bene non è certo rappresentato dal soldato Mc Burney, bugiardo (si spaccia, per dire, per mormone), ondivago e profittatore. E tanto meno è incarnato dalle donne, con sfumature diverse tutte infelici, rose al tempo da una gelosia reciproca quanto da una brama di vivere estenuantemente insoddisfatta, che le trasforma - senza troppi ritegni, a guardar bene, o traumi - in un perverso clan omicida. Eliminato l'alone del mito, alla frontiera non resta che assumere le meste sembianze d'una ripetuta e fredda resa dei conti, dove onore e lealtà sono parole stranite d'una macabra litania e nemmeno la presenza femminile è più in grado di offrire ricompensa o consolazione.
TFK

L'INGANNO

L’inganno
di Sofia Coppola
con Elle Fanning, Kirsten Dunst, Nicole Kidman
USA, 2017
genere, thriller
durata, 94’


In piena Guerra di Secessione, nel profondo Sud, le donne di diverse età che sono rimaste in un internato per ragazze di buona famiglia danno ricovero ad un soldato ferito. Dopo averlo curato e rifocillato, costui resta confinato nella sua camera, attraendo però, in vario modo e misura, l'attenzione di tutte. La tensione aumenterà mutando profondamente i rapporti tra loro e l’ospite. Se il segreto di un buon remake sta nel riuscire a rimanere fedele al testo originale attraverso la capacità di tradirlo, Sofia Coppola l'ha capito. In “L'inganno” c'è praticamente tutto quello che c'era ne “La notte brava” del soldato Jonathan e tutto il lavoro della regista americana è stato fatto sui toni e sulle atmosfere, capaci di trasformare il testo in un film del tutto diverso: anche nei temi. Splendido esempio di southern gothic figlio del suo tempo, il film di Siegel, a sua volta basato sul romanzo di Thomas Cullinan da cui anche “L'inganno” è partito, flirtava in maniera abbastanza esplicita con la libertà sessuale, lasciava emergere il tumulto ideologico di quegli anni, trasudava una vitalità gioiosa nonostante i dettagli più crudi e la macabra risoluzione della storia. 



Nella pellicola della Coppola, invece, a dominare sono atmosfere cupe e vagamente opprimenti, l'intrico di pulsioni sessuali è molto più morboso che spensierato, e tutto il film è ammantato da una sensazione funebre, quasi mortuaria, che fa risaltare maggiormente l'ironia di situazioni e dialoghi. Non cede a nessuna tentazione pop, la Coppola, nemmeno nella colonna sonora, lasciando che del Sud degli Stati Uniti nel quale è ambientato “L'inganno” prenda lo spirito più decadente. Fin dalle primissime inquadrature, è la natura a dominare, gli alberi del bosco dove il soldato ferito di Colin Farrell viene trovato da Oona Lawrence, alberi, rampicanti e erbacce che si stanno mangiando il giardino della villa teatro dell'azione e la casa stessa. Una vegetazione che, non a caso, lo stesso Farrell tenterà, invano, di controllare quando si propone come giardiniere al gruppo di donne che lo ha salvato e lo sta ospitando. Una chiara metafora, perché con il procedere degli eventi sarà la natura più istintuale e perfino primordiale degli esseri umani, delle donne e degli uomini, del maschile e del femminile, a prendere il sopravvento. Sempre però mediata dalle buone maniere d’un tempo che la Miss Farmsworth di Nicole Kidman, la direttrice della collegio femminile in cui finisce Farrell: da una razionalità esasperata e cinica che darà vita a un sottile e perverso gioco di ruoli e potere che finirà in un educatissimo massacro.
Riccardo Supino


La vera forza de “L'inganno” e della regia della Coppola, che guarda dritta al “Giardino delle vergini suicide” anche nella forma, sta in questa capacità di gestire i toni e gli equilibri, in un film al lume di candela, minimalista e di notevole intelligenza. Il risultato allora è quello di un thriller psicologico che ammicca alla black comedy, fatto di attenzione a dettagli, parole e piccoli gesti, con battute fulminanti e un'ironia crudele affilata come un rasoio.Magari anche un esercizio di stile: ma di quelli che hanno senso, divertono e si fanno vedere con gran piacere, e che parlano di rapporti di genere, solidarietà e rivalità femminile, esuberanze maschili, senza inutili lungaggini o pedanterie
Riccardo Supino

domenica, settembre 24, 2017

SASHA E IL POLO NORD

Sasha e il Polo Nord
di Remy Chayé
genere, animazione
Francia, Danimarca 2016 
durata, 83’


Viaggiare. Dove ? La saggezza dei secoli ammonisce: l’unico itinerario degno è quello che si compie scientemente dentro sé stessi. E’ pure vero, però, che se ti trovi nelle condizioni di una come Sasha Tchernetsov, ovvero sei una ragazzina - per di più di nobili origini, quasi promessa a un principe arrogante e ottuso dell’impero zarista nella San Pietroburgo dell’ultimo scorcio del XIX secolo - il periplo per compiersi abbisogna di percorsi preliminari col portato dei quali l’animo cominci a sgranchirsi, ovvero è necessario attraversare certe frizioni imposte dall’esperienza e dalla conoscenza.

La biondissima Sasha è del tipo educato-ma-testardo. Legata al nonno Oloukine, insigne esploratore (ha trovato lui il passaggio a Nord-Est) scomparso da tempo a bordo del rompighiaccio Davaï nel tentativo di arrivare al Polo Nord, sulla scorta di appunti nautici rinvenuti tra le carte del vecchio viaggiatore si convince che le spedizioni inviate per la sua ricerca abbiano preso la strada sbagliata, pregiudicandone il ritrovamento. Nonostante lo Zar in persona, poi, abbia promesso una ricompensa di un milione di rubli all’equipaggio che riporterà in salvo gli eventuali superstiti del Davaï, di fatto, indizi o notizie certe languono e a Sasha ciò che interessa davvero è trovare le risposte giuste a un interrogativo via via lasciato andare, quasi di pari passo all’ingigantirsi d’un pregiudizio nei confronti del prestigio familiare.


Chayé - esordiente nel lungo d’animazione e già collaboratore per opere come “The secret of Kells” di Moore (2009) e “La tela animata” (2011) di Laguionie - sfrutta la progressione classica dell’anabasi per ricalcare (e retrodatare) la narrativa e la memorialistica d’avventura sullo sfondo storico a venire delle esplorazioni polari dei primi del Novecento (le vicende ardite quanto, a volte, tragiche, che saldano in un solo vincolo leggendario i nomi di Cook, Peary, Scott, Amundsen, Shackleton), adattandole alla figura esile ma determinata di Sasha per il tramite di strutture letterarie consolidate, qui restituite in un amalgama talora prevedibile ma efficace: dal piano più vicino al racconto di formazione (la protagonista accetta obtorto collo un impiego da cameriera/tuttofare per pagarsi il transito verso il grande Nord sulla Norge in partenza, dopo esser stata truffata dal secondo ufficiale della stessa); a quello affine al ritratto picaresco con venature onirico-drammatiche (la lunga traversata della banchisa sulle tracce dell’imbarcazione perduta), passando per i toni da romanzo in costume (le grandi stanze e i saloni della dimora avita, le cerimonie ufficiali, l’aplomb aristocratico, le danze).



I vari registri trovano felice espressione in uno stile figurativo caratterizzato da colori pieni e luminosi per cui i contorni sfumano spesso (si noti, per dire, il gioco di chiaro-scuro tra l’incarnato di Sasha e il suo bianco abito di gala o anche la morbida alternanza di riquadri di luce sulla ritrovata calma delle acque dopo la tempesta), mentre forme e volumi s’aprono in una sorta d’indifferenziato - o, se vogliamo, in un continuum - che mira a riprodurre la suggestione d’una realtà in perenne trasformazione entro cui riecheggiano assonanze legate al Cubismo (i profili allungati e semi-geometrici dei volti); all’elasticità e all’eleganza di confine dell’acquerello (i vasti e cangianti paesaggi marini, i cieli imprevedibili e le immobilità rurali); all’immediatezza e all’irruenza dell’affiche (i contrasti decisi degl’interni, la compattezza delle superfici degli oggetti in movimento, le ombre larghe e piatte), in un caleidoscopio controllato e coerente, specchio fedele del cammino che lega lo slancio irrequieto d’una preadolescente alla temporanea serenità d’una giovane donna.
TFK

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Philip Dick e Ridley Scott

sabato, settembre 23, 2017

2 BIGLIETTI DELLA LOTTERIA

2 biglietti della lotteria
di Paul Negoescu
con Dorian Boguta, Dragos Bucur, Alexandru Papadopol
Romania, 2017
genere, commedia
durata, 86'




La new wave del cinema romeno ci ha abituato a storie in cui personaggi, ambiente e situazioni concorrono a definire il quadro di una democrazia alle prese con le (drammatiche) contraddizioni che sono tipiche delle   compagini uscite da un lungo periodo di dittatura. In questo ambito “2 biglietti della lotteria” di Paul Negoescu costituisce una felice eccezione per il fatto di appartenere a un genere, la commedia, che appare poco o niente frequentato dai cineasti di questo paese. Una consapevolezza che Negoescu non si limita a teorizzare attraverso il siparietto nel quale uno dei protagonisti stigmatizza la tendenza dei film autoctoni a insistere sugli aspetti più deprimenti e dolorosi della realtà. “2 biglietti della lotteria” infatti, lungi dall’estraniarsi dal contesto a cui appartiene non esita a prendere in prestito alcuni degli stilemi più ricorrenti nelle opere dei vari Mungiu e Puiu, avendo però cura di invertirne il segno. In questo modo il disfacimento dei valori famigliari (la moglie di Dinel lavora in Italia e probabilmente lo tradisce), la precarietà economica  (tirata in causa dalla precarietà lavorativa dei protagonisti) e soprattutto la desolazione del paesaggio (spoglio e desolato) diventano nel film di Negoescu i motivi di una sorta di western esistenziale (il bar/saloon e le stazioni di servizio inquadrate in campo lungo con commenti musicali che fanno il verso a quelli di Ennio Morricone) in cui i nostri (anti) eroi tentano di sovvertire le sorti di un destino che, per quanto avverso, lascia loro qualche briciolo di speranza.  


Nelle mani di Negoescu il mood dimesso e malinconico che abbiamo imparato a conoscere nei tanti capolavori del cinema romeno diventa la chiave di volta per una comicità che risulta tanto più efficace quanto maggiore è l’understatement con cui i tre amici affrontano le diverse tappe del viaggio che li vede diretti alla volta dei balordi che inconsapevolmente gli hanno rubato la possibilità di cambiare vita e di essere felici. Ciò che colpisce in “2 biglietti della lotteria” è la maniera con la quale il regista riesce a non essere scontato all’interno di una trama semplice e lineare: prova ne sia l’andamento narrativo delle situazioni in cui, volta dopo volta, si ritrovano i protagonisti, quasi sempre caratterizzate dall’imprevedibilità dell’umanità con cui i nostri (magnificamente interpretati da Dorian Boguta, Dragos Bucur, Alexandru Papadopol) si confrontano. Uscito in un numero limitate di sale “2 biglietti della lotteria”  conferma il buon stato di salute del cinema romeno e, come tale, meriterebbe ben altra distribuzione.
Carlo Cerofolini

INTERVISTA A KRISTINA GROZEVA E PETER VALCHANOV AUTORI DI GLORY - NON C’E’ TEMPO PER GLI ONESTI

Locarno 69. Abbiamo intervistato Kristina Grozeva e Petar Valchanov, registi di "Glory - non c'è tempo per gli onesti", presentato nel concorso internazionale del 69° Festival del Film a Locarno., dicui èpoi risultato vincitore. Secondo film della trilogia aperta da "The Lesson", presentato Italia nel corso della scorsa stagione, "Glory" sarà distribuito il prossimo anno nelle nostre sale da I Wonder Pictures. Questo è quello che ci hanno raccontato.

La parola che dà il titolo al vostro film significa "Gloria". Me ne potete spiegare la genesi?
La gloria è quella che ottiene Petrov quando diventa una specie di eroe nazionale per aver fatto semplicemente il proprio dovere. Come spesso accade la scelta di un titolo ha sempre più di un significato.e perciò avendo scritto il termine con lettere minuscole volevamo alludere alla caducità di quel riconoscimento, destinato a trasformarsi in qualcosa di negativo per lui. Che è poi la stessa cosa che accade a Julia, l'altra protagonista della storia quando gli succede di subire il contraltare del successo ottenuto con il suo lavoro. Il titolo in realtà allude alla precarietà dei riconoscimenti che ad un certo punto il mondo esterno tributa ai due protagonisti.

In che misura il vostro film è ispirato a fatti realmente accaduti?
A ispirarci è stata ciò che è capitato a un ferroviere, il quale dopo aver restituito allo stato una grassa somma di denaro trovata per caso diventa un eroe nazionale. Da qui abbiamo ampliato il nucleo centrale della narrazione con altri episodi realmente accaduti che ci permettevano di mostrare in che modo lo stato si serve di questi eventi per distogliere l'attenzione dai problemi del paese e in particolare dalla diffusione della corruzione che in Bulgaria è uno degli argomenti più discussi sui giornali e nelle televisioni.


Parliamo degli attori: come li avete scelti?
Margita Gosheva e Stefan Demolyubov avevano lavorato con noi in "The Lesson", il primo film della nostra trilogia ed è pensando a loro che abbiamo scritto la sceneggiatura. Il fatto di dover recitare ruoli opposti a quelli del film precedente è stata una sfida per noi e per loro. Gli altri attori invece sono giovani registi a cui abbiamo assegnato il resto dei ruoli perchè pensiamo che essendo abituati a dirigere gli attori nessuno meglio di loro fosse in grado di raggiungere il livello di recitazione che desideravamo. Tra l'altro in Bulgaria sta succedendo che tutti gli attori vogliono diventare registi. Nel nostro piccolo siamo andati contro corrente.

Il film è diviso in due sezioni: la prima è grottesca e involontariamente comica, mentre la seconda si rivela cruda e drammatica. Scrivendo la sceneggiatura ricercavate questo effetto oppure è una cosa che vi è venuta in mente nel corso della stesura?
Quello che dici è vero, anche se bisogna dire che per noi la sceneggiatura è solo il punto di partenza di un processo che si modifica durante le riprese grazie al contributo degli attori ai quali chiediamo di intervenire nello sviluppo dei rispettivi personaggi. Tieni conto che entrambi ammiriamo registi come Ettore Scola e Mario Monicelli proprio per la capacità di saper utilizzare  all'interno dello stesso film emozioni di segno opposto.

Accennavi alla direzione degli attori che in "Glory" sono a dir poco strepitosi. Come avete fatto a fargli raggiungere i risultati che vediamo sullo schermo?
Di sicuro privilegiamo la spontaneità e per ottenerla siamo disposti anche di mettere in discussione la sceneggiatura che per noi non è intoccabile ma al contrario fa solo da apripista a quel qualcosa di imponderabile che ricerchiamo durante le riprese. In questo senso preferiamo girare con ampio uso di long take perché vogliamo che gli attori abbiano lo spazio per muoversi liberamente e per improvvisare.

Sempre per quanto riguarda il set ti volevo chiedere quanti ciak impiegate in media per arrivare alla sequenza perfetta.
Non c'è una regola, però non amiamo ripetere molte volte la stessa scena; crediamo che cosi facendo si eviti che gli attori si stanchino e finiscano per smarrire la spontaneità che ricerchiamo. In ogni caso per rispondere alla tua domanda può capitare che vada bene la prima scena e comunque generalmente non ne facciamo più di dieci. Se poi ci accorgiamo fuori tempo massimo che qualcosa non funziona cerchiamo di correggerlo in fase di montaggio.

Il finale aperto si rivela un colpo a effetto che spiazza lo spettatore e lo destabilizza.
Era importante lasciare gli spettatori con i loro pensieri senza dargli delle indicazioni precise rispetto a quello che avevano appena finito di vedere. A noi piace che si rimanga con delle domande e che il pubblico secondo la propria sensibilità cerchi di darsi delle risposte. In tal modo lo spettatore diventa costrittore della sceneggiatura fino al punto di decidere quale sia la conclusione migliore. Coinvolgere chi guarda e farlo pensare è una delle funzioni dell'arte.

Uno degli aspetti fondamentali per la riuscita del film è il ritmo con cui la storia si mantiene desta e accattivante senza far pesare allo spettatore i momenti in cui la narrazione si fa più riflessiva. Tu (Petar Valchanov), oltre alla regia ti occupi del montaggio e quindi è scontato che io ti chieda qualcosa a riguardo.
È esattamente quello che hai detto perché la mia preoccupazione è quella di assicurare che i contenuti del nostro film riescano a raggiungere lo spettatore evitando quegli appesantimenti che non ci avrebbero consentito di raggiungere l'obiettivo. Il ritmo del film credo che ci abbia permesso di ottenere il nostro scopo senza perdere nulla in termini di profondità e di chiarezza.

Come registi, chi fa cosa?
Inizialmente Petar si occupava maggiormente degli aspetti tecnici e io privilegiavo il lavoro con gli attori. Adesso penso che le cose siano più uniformi e tutto accade spontaneamente. L'importante è che ci sia uno che comandi (ride, ndr) se no si rischia di mandare in confusione i nostri collaboratori. Condividere le responsabilità ci rende più leggeri e quindi maggiormente creativi. Inoltre quando sono sola, e mi è successo recentemente, mi diverto di meno quindi ben venga il nostro modo di lavorare.

Qual è il cinema e i registi che hanno ispirato il vostro lavoro?
Principalmente i film e i registi del vostro Neorealismo. Poi John Cassavetes non solo perché il metodo con cui dirigeva gli attori è quello a cui ci ispiriamo, ma anche perché il suo era un cinema che si occupava di relazioni umane che è quanto vorremmo fare anche noi attraverso i nostri lungometraggi.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

venerdì, settembre 22, 2017

VALERIAN E LA CITTA' DEI MILLE PIANETI

Valerian e la città dei mille pianeti
di Luc Besson
con Dane Dehaan, Clara Delevingne, Clive Owen Rihanna
Francia, USA, 2017
genere, azione, fantascienza
durata, 137'


Luc Besson è uno di quei registi che non si fatica ad associare alle immagini dei propri film. Se, dunque, la riconoscibilità è da sempre elemento discriminante per distinguere gli autore dai  semplice mestieranti, non possono esserci dubbi sul fatto che Besson appartenga di diritto alla  schiera più nobile della settima arte. Ciononostante, nell’economia dei giudizi espressi sul conto del francese pesano le accuse che ne stigmatizzano l’infantilità dei lavori e la troppo importanza assegnata al dettaglio formale. Un ragionamento non del tutto sbagliato, se non fosse che il profilo di un film come “Valerian e la città dei mille pianeti” non è solo la maniera scelta dal regista per assicurarsi le attenzioni del pubblico ma diventa uno degli strumenti utilizzati per esprimere l’essenza della storia. Dunque, a ben guardare, il tripudio di colori utilizzato per rivestire l’universo fantastico che fa da sfondo alle avventure di Valerian e Laureline, agenti speciali che attraversano la galassia per assicurare la  pace tra le diverse razze, così come la fantasia divertita e divertente del paesaggio - umano e geografico - con cui i due si confrontano, sembrano l’estensione di un’innocenza contagiosa e ludica che appartiene tanto alla coppia protagonista, quanto ai personaggi che incrociano la loro strada: e quindi, tanto ai Pearl, costretti alla diaspora per colpe altrui (le analogie con la Shoah sono evidenti) quanto alla melanconica Bubble, muta forme - interpretata da Rihanna - che anela a un’identità negatagli dalle caratteristiche del suo straordinario potere, come pure al simpatico Mul, l’animaletto che tutti si contendono per la capacità di moltiplicare ciò che ingerisce. 



Rifacendosi alla poetica del regista, “Valerian e la città dei mille pianeti” ci porta all’interno di un universo in cui la consapevolezza è solo al femminile e dove la superiorità della cosiddetta controparte, per quanto stabilita da ruoli e gerarchie, è, in realtà, - e, come spesso accade nei film di Besson - subordinata alle caratteristiche di rapporti uomo donna in cui, a fare da collante non è l’attrazione fisica, bensì la manifestazione di amori talmente casti da rasentare quelli esistenti tra madre e figlio. Non è quindi un caso che in “Valerian e la città dei mille pianeti” la sessualità sia tutt’altro che definita (fatichiamo a distinguere quella dei Pearl) e che, per esempio, Valerian (Dane Dehaan) abbia le fattezze di un adolescente alle prime armi; 

e, ancora, che le astronavi, gli ambienti e certi strumenti d’offesa (vedasi il bozzolo gelatinoso che a un certo punto imprigiona i nostri) rimandino, nelle loro funzioni primarie, a una sorta di limbo che potrebbe essere quello sperimentato nell’utero materno. Per non parlare dell’azione stessa del regista, il quale, come una madre sul punto di partorire, utilizza le sequenze come vettori chiamati ogni volta a dare alla luce nuovi mondi da affiancare o sovrapporre quelli già esistenti. Sarà per questo motivo che in “Valerian” prevalga nei confronti dei cattivi un sentimento di sostanziale comprensione dei loro misfatti e, più in generale, - attraverso la mancata vendetta dei Pearl nei confronti del loro persecutore - l’astensione da un giudizio definitivo sulle loro colpe. Tratto dal lavoro più importante del fumettista francese Jean Claude Mezieres il film di Besson ha come unica pecca quella di essere un piacere per gli occhi e un po' meno per il cuore. Poco male perché “Valerian e la città dei mille pianeti” rimane comunque uno spettacolo imperdibile.
Carlo Cerofolini

NOI SIAMO TUTTO

Noi siamo tutto
di Stella Meghie
con Amandla Stenberg, Nick Robinson, Ana de la Beguera
USA, 2017
genere, drammatico, sentimentale
durata, 96'



Maddy ( è la protagonista ed a causa di una rara malattia, la SCID (Severe Combined Immuno deficiency) non è mai potuta uscire di casa ed ha raggiunto l’età di diciassette anni senza poter vivere nessuna delle normali ed ordinarie indimenticabili esperienze che ogni coetaneo sperimenta.
La SCID è nota anche come “sindrome del bambino nella bolla” ed ha costretto Maddy a vivere relegata in una casa bellissima e elegantissima, una sorta di gabbia dorata a cui solo pochi eletti possono accedere e precisamente la sua infermiera Carla (Ana De Reguera), la figlia di questa che ha la stessa età di Maddy ed è la sua sola amica e – ovviamente - la madre di Maddy (Anika Noni Rose). La madre le ha predisposto allora una riproduzione della realtà esterna all’interno della casa, allestendole una stanza di vetro che racchiude tutti i posti che Maddy predilige. E che non ha mai visto perché non ha potuto.
La famiglia di Olly si è trasferita accanto la casa di Maddy e i due appena incrociano gli sguardi scoprono di essere innamorati l’uno dell’altra.. E anche se nella vita è impossibile prevedere sempre tutto, in quel secondo Madeline prevede che si innamorerà di lui. Anzi, ne è sicura. Come è quasi sicura che sarà un disastro. Perché, per la prima volta, quello che ha non le basta più. E per vivere anche solo un giorno perfetto è pronta a rischiare tutto.
Ma la loro storia non può svolgersi come una normale storia tra adolescenti perchè Olly è malata, non può uscire, non può incontrarlo. Allora iniziano a parlarsi alla finestra (un richiamo a Giulietta e Romeo di shakesperiana memoria ed al loro balcone?) a leggere i loro labiali e poi a chattare on-line.
Il telefono rappresenta il mezzo che può unirli e le loro interminabili chiacchierate on-line surrogano e sostituiscono l’impossibilità di potersi incontrare nel mondo esterno come fanno tutti.
Maddy  trova però la forza di cambiare. Perché come dice Maddy  “La differenza tra sapere e vedere con i propri occhi è la stessa che c’è tra sognare di volare e volare per davvero”.
Il primo bacio, il mare, la spiaggia, gli abbracci finalmente prendono il posto dei molteplici libri letti dalla protagonista, i film di cui lei fa recensioni, i modellini di architettura che lei costruisce per reinventare un mondo in cui non riesce ad entrare.



Una favola moderna della principessa rinchiusa in una torre che attende il suo principe azzurro che è incarnato da Olly Bright (Nick Robinson) e che è un moderno e un po’ crepuscolare principe dal look total black (che di “azzurr”o ha ben poco come anche ammesso nel film dallo stesso Olly).
Olly infatti viene a liberare Maddy dalla sua paura: la paura di vivere di amare di rischiare e di soffrire.
Senza voler fare spoiler il film ha risvolti inaspettati: a sorpresa, il cattivo non è solo il padre di Olly che picchia la moglie e non è solo Maddy ad essere rinchiusa in una prigione. Ma sarà solo e proprio lei a trovare la chiave giusta per aprire le porte della “gabbia dorata” ed eliminare i “cattivi”.
Ancora una volta la soluzione, la svolta ce la offre l’Amore che con la sua semplicità ma la sua forza incessante travolge tutto e tutti, rompe gli schemi e abbatte i muri. “L’Amore apre le porte del mondo” dice Maddy.
Il mare ha un significato liberatorio e rappresenta la voglia di rischiare pur non sapendo cosa ci aspetterà immergendoci nelle sue acque. Maddy ci si immerge e si trova nel bel mezzo di una tempesta ma poi riesce a salvarsi ed a approdare sulla terraferma. Più forte e determinata di prima.  Perché lei ora conosce la differenza che la porta ad affermare: “Prima di incontrare Olly ero felice. Ma adesso sono viva, e tra le due cose c'è una bella differenza. "
Perché le cose capitano quando puoi affrontarle e quando hai la testa per viverle.
Noi siamo tutto ci racconta dell’Amore, quello con la A maiuscola che si articola in varie forme da quello tra genitori e figli a quello tra teenager e non solo (come quello tra un uomo ed una donna), ci evidenzia e ci fa sognare proprio perché è un amore per cui vale la pena sacrificare tutto, è un amore dal sapore antico (Shakespeare docet) che – nonostante la tecnologia – resta ancorato a sguardi, a mani che si sfiorano e a palpitanti attese che fanno rumore in un sospiro.

Il film è la trasposizione cinematografica del fenomeno editoriale del 2015 "Noi siamo tutto", bestseller n. 1 del New York Times, opera dell’ex analista finanziaria Nicola Yoon, nata in Giamaica e cresciuta a Brooklyn. La Yoon dipinge una ragazza positiva e semplicemente incantevole che ha la forza prepotente di uscire dal suo ambiente di sempre e parallelamente di catapultarsi fuori dalle pagine dello stesso libro. E la giovanissima Amandla Stenberg riesce perfettamente a interpretarla.
Amandla aveva già ricoperto il ruolo della piccola Rue di Hunger Games, la ragazzina che poi si allea  con Katniss nel mezzo dei giochi mortali. Invece Olly è interpretato dal bravo Nick Robinson, che abbiamo visto in Jurassic World.
La magia del film è racchiusa nella continua citazione (non a caso) de Il Piccolo Principe, del fatto che per tornare dalla propria rosa e rivederla occorre morire (ergo “rinascere”, “cambiare pelle”) e che il mare rappresenta quella sconfinata parte di noi stessi che non abbiamo mai saputo, ma che abbiamo sempre sospettato di avere.  
Michela Montanari

mercoledì, settembre 20, 2017

QUINDICI19 - SHORT FILM CONTEST - PREMIO MEDIA AWARD A THE TASTE OF LOVE DI PAUL SCHEUFLER


In qualità di membri della giuria del Quindici19 - Short Film Contest siamo lieti di pubblicare "The Taste of Love" di Paul Scheufler il corto vincitore dei "Media Award". Guardatelo, ne vale davvero la pena. Parola de Icinemaniaci!

FUORI C'E' UN MONDO

Fuori c'è un mondo
di Giovanni Galletta
con Emanuele Bosi, Giulia Anchisi, Alberto Tordi
Italia, 2017
genere, drammatico
durata, 90'


Ci sono film che non hanno nessuna pretesa se non quella di mettere in scena la propria storia. C’è ne sono altri invece che sanno fare di necessità virtù, adeguando i propri orizzonti narrativi alle possibilità produttive. Fuori c’è un mondo di Giovanni Galletta riesce a mettere insieme queste caratteristiche per raccontare quattro facce della medesima crisi. Divisi per origine ed esperienze personali, le vite di Giorgio, Lorenzo, Daniele e Valentina hanno in comune il disagio che li ha spinti ad isolarsi dal mondo fino al giorno in cui il destino gli offre la maniera di riscattarsi prendendosi cura delle pene dell’altro. Così succede a Giorgio, scrittore in ambasce, la cui depressione si stempera nell’incontro con Lorenzo, clochard compassionevole e saggio che gli presenta la figlia Valentina, con la quale il ragazzo inizia a confidarsi. Lo stesso accada a Daniele, parroco assalito dai dubbi della fede, turbato dalla vicinanza di Arianna, la prostituta che il prete ha accolto nella propria casa.



Alle prese con un paesaggio umano quantomeno eterogeneo, Galletta da una parte trova una qualche corrispondenza con il cinema coevo che alla pari di lui (First Reformed di Paul Schrader appena visto a Venezia e L’equilibrio di Vincenzo Marra, in uscita nelle sale) affida agli uomini di Dio il compito di rappresentare il punto più alto dello spaesamento contemporaneo, dall’altra si concentra sui sentimenti e lo stato d’animo dei personaggi per imbastire una vicenda che risulta attuale senza il bisogno di attingere ai dettagli della cronaca contemporanea. In questo senso, Fuori c’è un mondo riesce ad essere allo stesso tempo intimo e universale, alternando l’aneddotica miracolistica di alcuni passaggi, come quelli relativi al ritrovamento del quadro di famiglia da parte di Giorgio e, ancora, le circostanze che permettono al ragazzo di rilanciare la propria carriera di scrittore con altri momenti, decisamente più terreni, riguardanti la difficoltà dei rapporti famigliari, per lo più caratterizzati dall’inadeguatezza della compagine genitoriale. Abbastanza schematico nella progressione narrativa, Fuori c’è un mondo si costruisce una diversità in cui pregi e difetti si equiparano nel definire l’anima di un film che deve la sua efficacia alla disarmante umanità dei personaggi.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)

HOME VIDEO - FAST AND FURIOUS 8

FINALMENTE IN DVD, BLU-RAY™ E 4K ULTRA HD DAL 23 AGOSTO 2017
con Universal Pictures Home Entertainment Italia

NOTE DI PRODUZIONE:
Cast: Vin Diesel, Dwayne Johnson, Jason Statham, Michelle Rodriguez, Tyrese Gibson, Chris ‘Ludacris’ Bridges, Kurt Russell, Charlize Theron, Scott Eastwood
regia, F. Gary Gray
USA, 2018
genere, azione
durata, 136'


L’ottavo capitolo della serie dedicata alle avventure di Dominic Toretto e dei suoi drivers aveva il compito di far dimenticare la scomparsa di un pezzo importante della saga, obbligata da un momento all’altro a fare a meno del personaggio interpretato da Paul Walker, deceduto poco prima della fine delle riprese del precedente episodio. Sarà anche per questo che, accanto alla dark side rappresentata dal voltafaccia di Toretto pronto a rinnegare il proprio credo e a schierarsi col nemico (vedremo che la spiegazione è dietro l’angolo e che nulla è come sembra) il regista F. Gary Gray mostra una voglia di non prendersi sul serio che “Fast Furious 8” teorizza a circa metà del film, con la scena in cui la tensione che caratterizza il  drammatico faccia a faccia tra Dwayne Johnson e Jason Statham si scioglie in una risata che la dice lunga sulla presunta serietà di ciò che vediamo. D’altronde non potrebbe essere altrimenti, a meno che non si voglia cadere nel tranello di considerare in altra maniera le iperboli narrative che ancora una volta ci offrono lo spettacolo di automobili capaci di sfidare le leggi di gravità e di uomini capaci di guidarle in qualsiasi condizione e tipo di terreno (questa volta tocca ci sarà da farlo nel circolo polare artico). Potendo contare su una serialità che non accenna a diminuire (sono in cantiere almeno altri due episodi) “Fast Furious 8” si può permettere di cambiare il segno della personalità dei suoi personaggi, con cattivi è buoni che si scambiano le parti, come pure di presentare ogni volta una nuova guest star, e quindi di  ingaggiare una diva come Charlize Theron, sempre più richiesta dal cinema blockbuster, e qui a suo agio nei panni di una strega cattiva che minaccia di conquistare il mondo non prima di aver tolto di mezzo i nostri eroi, come al solito smargiassi e, ovviamente, vincenti. 

CONTENUTI EXTRA IN BLU-RAY E DVD: 
  • Tutto sulle acrobazie – Vai dietro le quinte di Fast & Furious 8 e sii testimone delle acrobazie più epiche nella storia della franchise
  • Scene estese di combattimento 
  • Il commento al film del regista F. Gary Gray

martedì, settembre 19, 2017

SONG'E NAPULE

Song'è Napule
di Manetti Bros
con Alessandro Roja, Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Paolo Sassanelli
Italia, 2013
genere, commedia
durata, 114'





"L'arrivo di Wang", "Paura 3D" e ora "Song'e Napule". Dopo horror e fantascienza, è la volta del poliziottesco. I Manetti Bros non perdono un colpo e in men che non si dica realizzano un nuovo viaggio nel cinema di genere componendo una storia di musica e malavita che prende spunto dal più classico dei plot. Succede infatti che nella Napoli dei nostri giorni la polizia sia impegnata a catturare un crudele killer della camorra. Come Keyser Söze, "O fantasma" agisce nell'ombra senza che nessuno l'abbia mai visto in faccia, ma la partecipazione al matrimonio della figlia di un boss della zona fornisce l'occasione per spezzare l'incantesimo. Per realizzare il suo piano il commissario Cammarota decide di infiltrare Paco nella band di Lollo Love, il cantante cui toccherà il compito di ravvivare il lieto evento. Impacciato e ingenuo, Paco è un pianista mancato entrato in polizia non per vocazione ma per denaro. Un motivo sufficiente per impedirgli di venire meno al suo dovere, è costringerlo a fare i conti con la paura di non farcela.

Una trama esile, quasi scontata, se non fosse che per i Manetti la struttura narrativa non è la prerogativa più importante ma certamente il mezzo più efficace per mettere ordine a un caleidoscopio di idee talmente incontenibile da risultare sempre sull'orlo del collasso. Come una formazione di calcio prima di entrare in campo, la stratificazione di citazioni, personaggi e modi di fare che inerisce al mondo dei Manetti, i quali si caricano di un'ansia da prestazione riversata sullo schermo con una gioia e un divertimento che va sempre di pari passo con la compattezza del risultato finale. In questo caso non si trattava solo di recuperare il tempo perduto, riscoprendo un genere abituato ad esasperazioni fisiche e verbali, ma c'era in gioco anche la rappresentazione di una città entrata nell'inconscio degli italiani come utente finale di una disperazione che porta troppo spesso a generalizzare. Come fa Paco in una delle sequenze iniziali, quando in una sorta di retropensiero comune inchioda la napoletanità ai suoi difetti e alle sue responsabilità. Da quel momento, possiamo dire che il racconto dei Manetti, addentrandosi nel territorio urbano e nel tessuto di una comunità attaccata alle sue liturgie, funziona come un'operazione a cuore aperto, in cui la vista dell'organo vitale, nel caso del protagonista di quell'"anima e core" che Lollo gli rimprovera a proposito del suo modo di suonare, finisce per conquistare il più scettico degli astanti, ivi compreso il riluttante protagonista. 

 


Autori di un cinema mutante e contaminato, i Manetti creano un exploitation di canzoni e personaggi in cui la musica melodica napoletana, messa in campo attraverso il personaggio del cantante melodico Lollo Love, si mischia con una colonna sonora che riprende i motivi di quella di Stelvio Cipriani e di un film come "Shaft", uno dei campioni del genere in questione.
Ed è proprio il sound con la sua miscela eterogenea che riesce ad amalgamare la componente più drammatica che fa capo alle indagini del commissario Cammarota e dei suoi uomini, a quella più sentimentale e giocosa legata alle vicissitudini di Paco, alle prese con la sua nuova vita e che a un certo punto si innamora, come nella migliore tradizione della canzone napoletana, della bella sorella del cantante. 

Nelle maschere e nei tic di due personaggi agli antipodi, per scelta e per natura, parliamo del commissario Cammarota e, appunto, di Lollo Love, che il film stabilisce i confini di una fantasia che intrattiene e fa ridere cento volte di più della media delle commedie italiane che stanno in testa ai botteghini. Solo per questo "Song'e Napule" sarebbe un biglietto da staccare. Ma c'è molto di più, da vedere e da sentire.

(pubblicata su ondacinema)

LEATHERFACE

Leatherface
di Alexandre Bustillo e Julien Mary
con Sam Strike, Stephen Dorf, Lily Taylor, 
USA, 2017
genere. horror
durata, 



È pressoché inutile ricordare al lettore l’importanza che ha avuto Non aprite quella porta nella storia del cinema horror, perché di questo si è parlato a lungo in occasione della recente scomparsa di Tobe Hooper, che al lungometraggio del 1974 deve la sua immortalità cinematografica. Più interessante, è invece ricordare come il film in questione rispondesse a uno dei principi ispiratori di alcune delle storie più spaventevoli del cinema americano (The Village ne è un esempio), rappresentato per l’appunto dalla paura verso il diverso, intesa come tratto (antropologico) dominante di una cultura abituata a temere ciò che si colloca al di fuori dei propri confini. Cavallo di ritorno di quel mito della nuova frontiera che, nell’epoca delle prime colonizzazioni, aveva  fatto da sprone per la conquista dei nuovi territori, di tale sentimento rimane poco e niente in Leatherface diretto da Alexandre Bustillo e Julien Mary. Nel prequel realizzato dai registi francesi la dinamica appena descritta è sostituita da una autoreferenzialità tutta interna al mondo raccontato nel film. Se, infatti, nel prototipo la dialettica tra ciò che sta dentro e fuori dall’universo della dei Sawyer (il famoso confine) è innescato dal wrong turn dei cinque ragazzi che, non volendo, incrociano la loro strada con quella del famigerato sodalizio, in Leatherface le origini del più iconico degli assassini (seminale di villain come il Jason della saga di Venerdì 13, e del Michael Meyer di Halloween) vengono raccontate nell’ambito della medesima disfunzionalità.


Una patologia appartenente tanto ai giovani che insieme al futuro assassino si ritrovano a condividere – secondo la sceneggiatura, scritta da Seth M. Sherwood – il programma di assistenza per bambini a rischio istituito dal governo del  Texas, quanto allo sceriffo – interpretato dal redivivo Stephen Dorf – impegnato a vendicare con la medesima, folle, brutalità l’uccisione della figlia da parte dei Sawyer. Non è un dunque un caso, che, a mancare in Leatherface sia proprio questo tipo di sostrato psicologico. Presente nell’originale, in cui serviva per dare coscienza all’orrore causato dalla visione del sangue, è invece assente nel film di Bustillo e Mary, il quale, anche per questo, risulta uno spettacolo godibile ma non respingente come avrebbe dovuto essere. Più interessanti in Leatherface sono le caratteristiche (scenografiche e relative alla fotografia) della messinscena, che, nonostante l’esiguità del budget, riescono a fare della Bulgaria una versione credibile della provincia americana di fine anni cinquanta.
Carlo Cerofolini
(pubblicata su taxidrivers.it)